Quando la società non riesce più a pagare regolarmente: doveri dell’organo amministrativo e profili di responsabilità se si ritarda l’accesso alla Liquidazione Giudiziale
1) Il problema: continuare a “stare in liquidazione” (o a gestire) mentre l’impresa è insolvente
Nella pratica, il rischio nasce quando l’organo amministrativo prosegue l’attività o trascina una liquidazione volontaria senza completarla, pur in presenza di segnali che mostrano uno stato di insolvenza. Per “insolvenza” si intende lo stato del debitore che si manifesta con inadempimenti o altri fatti esteriori che dimostrano l’incapacità di soddisfare regolarmente le obbligazioni.
In questo scenario, il punto non è “scegliere” una procedura a prescindere, ma rispettare un principio di fondo: quando la continuità non è più sostenibile, l’organo amministrativo deve attivarsi tempestivamente e adottare scelte coerenti con la tutela del patrimonio e con l’interesse dei creditori.
2) Il quadro normativo: assetti adeguati e reazione senza indugio
La disciplina contemporanea enfatizza due obblighi:
- Assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati e capacità di intercettare per tempo la crisi e la perdita di continuità;
- Attivazione senza indugio per adottare strumenti idonei a superare la crisi o gestire l’insolvenza.
L’art. 2086 c.c. richiama espressamente il dovere dell’imprenditore “in forma societaria” di istituire assetti adeguati e di attivarsi senza indugio per gli strumenti previsti dall’ordinamento.
Questo dovere dialoga con l’impostazione del Codice della crisi, che prevede una trattazione unitaria e “urgente” delle domande e, quando le soluzioni alternative non risultano praticabili e lo stato di insolvenza è accertato, consente l’apertura della liquidazione giudiziale.
3) Quando scatta la responsabilità: dalla “gestione conservativa” all’aggravamento del dissesto
Il nodo giuridico spesso emerge in due passaggi:
a) Dopo una causa di scioglimento: gestione solo conservativa
Quando si verifica una causa di scioglimento, gli amministratori possono gestire solo per conservare integrità e valore del patrimonio sociale e rispondono dei danni per atti/omissioni in violazione di questo limite.
La norma è particolarmente incisiva anche sul piano probatorio: quando accertiamo la responsabilità ex art. 2486 c.c., il danno risarcibile si presume (salva prova contraria) pari alla differenza tra i netti patrimoniali nelle date indicate dalla disposizione (o, in alternativa, tra attivo e passivo quando mancano scritture o i netti non sono determinabili).
b) In presenza di insolvenza: dovere di non “tirare avanti”
Se l’impresa è insolvente (o lo diventa durante la liquidazione volontaria), proseguire operazioni non conservative o rinviare scelte necessarie può produrre:
- aggravamento dell’esposizione verso fornitori, erario, dipendenti;
- erosione dell’attivo e perdita di valore;
- pregiudizio ai creditori per effetto del ritardo nell’accesso a strumenti di regolazione/gestione dell’insolvenza.
In questi casi, la responsabilità si collega tipicamente all’idea di aggravamento del dissesto: non è l’insolvenza in sé a generare responsabilità (che può derivare anche da fattori esterni), ma la condotta di chi, avendo i poteri/doveri gestori, peggiora la situazione con scelte incoerenti o con inerzia.
4) “Perpetuare lo stato di liquidazione”: perché è rischioso in insolvenza
Quando una società entra in liquidazione volontaria, la liquidazione dovrebbe seguire una logica ordinata: realizzare l’attivo, pagare il passivo, chiudere.
Se però la liquidazione diventa una “zona grigia” in cui:
- si continua di fatto l’attività senza una prospettiva realistica,
- si accumulano nuovi debiti,
- si ritarda ogni iniziativa verso strumenti concorsuali,
l’organo gestorio (amministratori e, ove nominati, liquidatori) espone sé stesso a contestazioni di responsabilità, perché non tutela il patrimonio né i creditori secondo criteri di normalità e prudenza.
5) Chi può agire e quali danni si contestano
Sul piano civilistico, le azioni possono assumere più forme (a seconda del tipo societario e del soggetto che agisce). Nelle procedure concorsuali, l’organo della procedura può esercitare azioni di responsabilità in una prospettiva “unitaria” a tutela della massa.
Il Codice della crisi disciplina l’esercizio delle azioni di responsabilità nell’ambito della liquidazione giudiziale, prevedendo l’azione esercitabile dagli organi della procedura secondo le regole e i presupposti indicati dalla normativa.
Quanto al danno, nei casi di prosecuzione non consentita dopo scioglimento, la regola presuntiva dell’art. 2486 c.c. diventa centrale (differenza dei netti patrimoniali / attivo-passivo).
Nei casi di ritardo nella gestione dell’insolvenza, il danno spesso coincide con il peggioramento misurabile della posizione patrimoniale/finanziaria o con specifiche poste (nuove passività, sanzioni, interessi, perdita di chance di ristrutturazione, ecc.), da ricostruire con documentazione contabile e nesso causale.
6) Elementi che pesano nella valutazione (in concreto)
Nei contenziosi su queste condotte, incidono molto:
- tempistica: quando emergono segnali di insolvenza, quando maturano inadempimenti, quando si interrompe la continuità;
- tracciabilità: verbali, situazioni contabili infrannuali, piani di cassa, scelte motivatamente adottate;
- scritture contabili: regolarità e completezza; la carenza documentale può rendere più difficile difendersi e può attivare criteri sostitutivi di quantificazione del danno.
- coerenza delle decisioni con una gestione prudente e conservativa (o con un percorso di regolazione della crisi credibile).
7) Indicazioni operative di prevenzione
Per ridurre il rischio di responsabilità quando la società entra in una fase critica, in genere conviene:
- aggiornare rapidamente la situazione economico-patrimoniale e finanziaria (anche infrannuale);
- formalizzare un piano di cassa e una fotografia dei debiti scaduti, delle azioni esecutive e dei principali contenziosi;
- verificare se esistono i presupposti per strumenti di regolazione della crisi alternativi alla liquidazione o se la situazione impone un percorso liquidatorio;
- evitare operazioni che non rispettano una logica conservativa quando la società è già in scioglimento o priva di continuità.
Conclusione
Quando l’insolvenza emerge (o diventa evidente) e la gestione/liquidazione si trascina senza una strategia realistica, il rischio principale è che l’organo gestorio aggravi il dissesto e violi i doveri di tutela del patrimonio e dei creditori. Il sistema oggi insiste su assetti adeguati, tempestività e scelte coerenti con la perdita di continuità e con l’eventuale accesso a strumenti concorsuali, fino alla liquidazione giudiziale quando non esistono alternative praticabili.


